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sabato 2 gennaio 2010

Nuovo anno

E anche considerare nuove prospettive.

Un dottorando dallo Sri Lanka che mi dice che il 25 dicembre non è particolarmente speciale per lui, che senso ha festeggiare essendo soli? Ma passerà “due o tre ore” a parlare a sua moglie, ancora a Ceylon.

O una che torna dai suoi parenti a Taipei perché qui è periodo di vacanza, passerà l'istante festivo in aereo e se la Nippon Airlines ha calcolato bene la rotta risparmieranno lo Champagne saltando da un fuso orario all'altro, dalle 23:30 direttamente alle 0:30, e a mezz'ora dall'evento chi se lo ricorda più?
E comunque il capodanno cinese cade da qualche parte tra gennaio e febbraio, e infine neanche va matta per i cibi tipici dell'occasione.

Io con amici italiani, capitato nell'unico posto che siamo (= sono) riusciti a trovare disponibile il giorno prima, un ristorante il cui nome «Italiasia» promette eclettismo; posto sinceramente mesto, al 15º piano dello stesso Holiday Inn che mi ospitò per la prima volta a Chicago quando ancora non speravo che l'avrei mai rivista.

L'interno dell'Holiday inn; se il collegamento diventasse irraggiungibile, fatemelo notare...

In un edificio di pianta quadrata di 50 metri di lato, l'albergo occupa dal 15º al 23º piano; un'agora che si estende per almeno 30 metri e 7 piani fa dimenticare di essere a 40 metri dal livello della strada superiore (in quella zone Chicago è un po' strana e ha strade che si sviluppano sopra altre strade). La vista sarebbe piuttosto bella, ma non ci sono finestre visibili dal ristorante. E così, seduti alle 21 circa, mezz'ora per ordinare, guadagnamo l'antipasto circa quaranta minuti dopo, l'insalata dopo altrettanti e per le 23:40 ci viene servito il piatto principale; così si brinda tutti con acqua (e per una volta non mi sento reietto) in un attimo di pausa quando qualcun altro grida un conto alla rovescia. Estremamente anticlimatico, ma non me ne calse mai né poco né punto, e intimo, perché gli altri avventori sembravano quasi spaventati all'idea di far rumore.

E, altre prospettive, dialogo surreale di un trio alticcio che ci si avvicina a fine cena chiedendoci se possiamo fare loro una foto; con la nostra macchina fotografica; e per noi stessi, visto che a loro non interessa veramente averne una copia. Interrogato, il più sobrio del trio ci dice che viene dall'Ohio e che è la terza volta che lo fa... immaginiamo intenda il terzo capodanno in un giorno, e l'aspetto esausto anche se festoso avalla quell'interpretazione e cancella nel contempo da noi ogni possibile traccia di invidia.

Nuovo anno: sento la mia voce imitare quella dei miei amici in auguri a cui il mio cervello si rifiuta di attribuire alcun significato; perché sì, sarei contento se fossero felici, ma così oggi come ieri e due mesi fa. Ma se manifestazione mi è richiesta, adempio, se è necessario sorseggiare vino per celebrare, inghiottisco, se c'è da pronunciare augurii, eseguo.
Quindi: buona camicia a tutti.

lunedì 20 luglio 2009

Aaargh!

È solo vita, è solo amore?
È solitario questo cuore.
Per fortuna questo mondo
sembrerà solo un secondo.

Quattro versi composti già in rima dal mio inconscio nel sonno. Dopo di che mi sono svegliato al suono di poche incerte note di un flauto da battaglia come quelli che usavamo alle medie e ho iniziato a pensare con meraviglia a questi versi, decidendo di farne qualcosa; magari scriverli su un diario. Come spesso accade i suoni che vengono da poco fuori casa sembrano quasi venire da dentro, quindi mi sono alzato, ancora rimuginando quei versi, e sono uscito dalla stanza del letto per verificare che così fosse. Inaspettatamente ho sentito il rumore dello scorrer d'acqua dal lavandino della cucina; devo essermi dimenticato lì una bottiglia di birra: ho preso da mia madre l'abitudine di lasciar pulire sotto un filo d'acqua corrente le bottiglie e poi farle asciugare, prima di destinarle al riciclo. Facendo più attenzione, però, un altro suono vi si mescolava da presso il frigorifero, un agghiacciante rantolo post-umano di sofferenza e morte incombente.

Mi sono svegliato di nuovo, questa volta a questo suono di disperazione, ricordando i versi ed esitando pure un poco ad uscire dalla camera. Poi ho deciso di farne qualcosa, magari scriverli sul blog. Se tu, avido lettore, li stai assaporando, allora sei allo stesso livello di sogno nel quale sono io ora.

La stranezza di quei versi è che non solo me li ricordo, ma hanno anche metrica coerente e un significato accettabile; capita di sognare una barzelletta così irresistibile che quando essa svanisce con il sonno ci si rammarica di non poterla condividere, ma le rare volte in cui invece rimane nella memoria essa rifulge della sua deludente inconcludenza. La forma non è la migliore e la prima rima è agghiacciante quasi quanto il rantolo del sogno. Dibattito aperto sul «per fortuna», mentre è quasi certo che il «secondo» è misura di tempo («minuto secondo»).

Ciò che la critica riconosce unanimemente è che mi sono svegliato anzitempo e quel rantolo non mi avrebbe fatto riaddormentare.

domenica 5 aprile 2009

The freddo

Stasera, giusto fuori casa

Buon Natalea Pasqua!!!

venerdì 29 agosto 2008

Incontri ravvicinati

Questa notte, o poco fa, guidando per le buie strade verso casa, mi sono reso conto di avere in mezzo alla strada un quadrupede... mi ha ricordato un topo, ma era veramente delle dimensioni di un cane di taglia medio-piccola. E veramente brutto, peraltro. Brusca frenata, ma non troppo, quanto basta per dare il tempo all'essere di levarsi. Il quale vede i fari, probabilmente vede anche la morte, la fissa... affascinato? atterrito? Sicuramente smarrito. I suoi occhi riflettono i miei fari e il suo terrore. Intensifico la frenata, l'automobile si ferma probabilmente a meno di un metro dalla vittima. Lo vedo a mala pena oltre il cofano: ancora lì, di pietra, forse solo per il tempo di realizzare che può ancora allontanarsi dalla luce in fondo all'oscurità che lo ammaliava. Si riprende, corre oltre il bordo della strada, più sicuro nella semi-oscurità e si volta per cercare di vedere la morte da un'altra prospettiva. La luce residua dei fari ancora si riflette in due deboli fiaccole che infine si allontanano e mi lasciano scosso.

L'istinto ha fallito. O era forse il coraggioso tentativo di sconfiggere la morte, di costringerla a tornare sui suoi passi? E il suo ultimo voltarsi a ribadire che non sta fuggendo, che è lui il vincitore?

Non so come mi sentirei se l'avessi ucciso, e ne sono veramente felice.

lunedì 18 febbraio 2008

La connessione c'è, ma non è evidente

È stata veramente dura, ma pare che ce l'abbia fatta ad attivare questo contratto Internet con AT&T. Niente di rivoluzionario: 768 kb/s a 19$ al mese.
AT&T non è ben preparata per gli utenti che non usano Windows né Apple. Alla fine ho installato Windows per effettuare la prima connessione con il loro stupido programma. Va be', vorrà dire che rimmarrà lì inutilizzato... fino al prossimo videogioco.

Menu della sera: petto di pollo impanato
Risultato: decoroso, ma due sere fa era meglio
Tempo di preparazione: dieci minuti scarsi
Ingredienti: due fette di petto di pollo, pane grattato

Il segreto è lasciare il petto di pollo due giorni aperto in frigorifero, in modo che si secchi un po', perché si sa, di suo lui è sciacquoso.

Contorno della sera: patate e cipolla al forno
Risultato: posso fare di meglio, la prossima volta
Tempo di preparazione: due ore scarse
Ingredienti: due patate, una cipolla rossa, un po' d'origano, sale se proprio ci si ricorda

Nessuno lo dice mai, ma l'importante in cucina è mettere il sale quando ci si ricorda, se ci si ricorda. Per il resto, le patate al forno senza rosmarino sono così sbagliate...
Magari la prossima volta evito di iniziare alle 2, finire alle 4 passate e aspettare quattro ore prima di mangiarle. Magari.

Questa notte ho sognato mio padre. La fisiologia del sogno è strana, il corpo è in grado di produrre le stesse sostanze legate alle emozioni come nella veglia, e così ricordo in passato di aver ritrovato di notte il calore dell'innamoramento, il terrore panico della disperazione e l'euforia dell'umorismo geniale. Questa notte ho ritrovato la gioia fine a se stessa: io e mio padre che ridevamo e ci guardavamo e continuavamo a ridere, senza che ci fosse nulla di cui ridere, per la sola gioia di essere in reciproca compagnia.
Quando mi sono svegliato, ho riassaggiato un po' di vuoto.

martedì 15 gennaio 2008

Il vuoto preventivo

Questa notte, nei miei pensieri, si è insinuata la nostalgia. Non posso immaginare in che modo, ma la partenza secca di una persona che ha passivamente determinato metà della tua vita deve essere sconvolgente. Immagino i miei genitori seduti a tavola a cena, il posto vuoto di fronte a loro, sapendo che non domani verrà riempito, né il giorno dopo, né quello dopo ancora, ogni pasto di ogni giorno.

E non sono ancora partito: iniziamo bene.

mercoledì 2 gennaio 2008

Verso la partenza

Avendo un po' di tempo prima di ripartire, mi sono seduto sul molo ad assaggiare la bora, a contemplare la superficie increspata dell'acqua e l'orizzonte. Di nuovo osservavo il gianduiotto, o, secondo Claudia, il panettone. Un tempio mariano della Chiesa Romana che si staglia sul profilo delle colline e, ella mi spiegava, appare a sagoma di “M” se visto dall'Istria che fu jugoslava. Doveva ricordare agli italiani al di là del confine la libertà; ora dovrebbe ricordare a quelli al di qua quanto essa sia prostituta e millantatrice.

In un attimo sono a Mestre, dove un uomo diretto a Milano in attesa del mio stesso treno dà in escandescenza al telefono: sul binario dove al solito c'è il nostro, ora ce n'è un altro, sempre per Milano, ma il capotreno, contagiato dal nervosismo del primo, afferma lapidario che ce ne sarà un altro dopo. Così il passeggero sbraita ancora di più al cellulare, e si perde l'annuncio che il nostro treno passa sul binario dall'altro lato della passerella su cui siamo.
Molto metaforico.
Decido che il suo atteggiamento mi è fortemente antipatico e non gli dico nulla. Molto metaforico anche questo, del fatto questa volta che io sono un po' stronzo. Certo non brillo per sentimento cristiano.

Terzo pranzo saltato di fila. In compenso nutro la fiducia che non soccomberò per tale mancanza.

martedì 1 gennaio 2008

Troppo tardi...

Oggi è giornata senza scopo. Trieste vista, Claudia incontrata, che rimane? Giro a zonzo per una città addormentata o assente. Mi sono messo in testa di fare spesa folle per andare in un ristorante serio a mangiare pesce. Avevo puntato già ieri un ristorante in particolare, anche se non ero proprio deciso. Ieri a pranzo mi dissero che era tutto pieno, ieri a cena peggio ancora, prenotati completamente dalle 8 in poi; oggi a pranzo arrivo tardi (tutto pieno, comunque stavano per chiudere) e chiedo di prenotare per la serata. Mi risponde che è dispiaciuto ma questa sera finalmente saranno chiusi, dopo tre settimane di apertura ininterrotta. Sarà dispiaciuto per me, forse, certo non per il meritato riposo. Poco dopo uscito, mentre ancora oscilla davanti ai miei occhi il fantasma degli spaghetti al nero di seppia serviti a chi era seduto e il loro profumo, alle mie spalle esce un cliente del ristorante, che grida al cellulare quanto avesse mangiato “da Dio” là dentro, che credeva avrebbe speso tanto e invece no, che era un ristorante consigliato dalla guida Michelin, e va avanti così per cinque minuti buoni. La carogna monta a livelli insopportabili e accelero il passo, resistendo a mala pena alla tentazione di girarmi e dirgli qualcosa, giusto per sfogare su una persona abbastanza innocente, solo un po' incontinente, la mia frustrazione.

Il percorso è deciso: mi dirigo per una lunga via anonima (metaforicamente, ché si chiama via Rossetti) fino alla via delle Sette Fontane, che chissà quanto saranno belle. Al suo inizio trovo ad accogliermi l'esoscheletro di cemento del centro fiere, che mi ricorda la natura del consumismo. Percorsa per intero la via, ho notato per terra, sopra un manto di petardi esplosi, numerosi (forse sette?) resti rosa di quelle specie di fuochi che producono solo scintille in tutte le direzioni, che se non erro sono chiamati appunto fontane. Non posso dire di essere soddisfatto: ancora una volta sono arrivato in ritardo.

Decido che una visita a Basovizza può essere interessante. Riesco a raggiungere l'autobus 39 dopo tre interviste ad altrettanti autisti, tutti molto preparati: in fondo, la città non è grandissima.
L'andata mi regala scorci di Trieste al tramonto, il ritorno scorci di Trieste illuminata. Nel mentre, raggiungo la foiba attraverso una strada senza marciapiede e non illuminata. Il vento e poche altre persone rumoreggiano piano. Non so cosa aspettarmi, spero in qualche spiegazione che forse è dentro un edificio già chiuso quando arrivo. La foiba stessa è probabilmente chiusa da un enorme blocco metallico, probabile speranza se non di chiudere il discorso per lo meno di impedire il ripetersi. Il battere di un moschettone metallico su un portabandiera scandisce il ritmo del ricordo.
L'empatia è ciò che distingue gli umani dagli androidi di un famoso romanzo di Dick. È la capacità di compartecipare ai sentimenti di un altro. Mi sono chiesto cosa possa trasformare un uomo a tal punto da interrompere questo processo, da trasformarlo in un “androide” che può ordinare o eseguire la condanna di un uomo ad essere gettato vivo in un buco, moltiplicata per centinaia di uomini. Un ideale astratto? L'abitudine? L'incoscienza? Ora spero di non scoprirlo mai. Ma, come chiede la strega Ravel, «Che cosa può cambiare la natura di un uomo?».

Verso le sei, di nuovo in città, è l'ora di frustrare il mio bisogno di assumere una cioccolata calda seduto a leggere oziosamente un giornale. La maggior parte dei caffé e bar, escluso quello in piazza dell'Unità, sono chiusi. Riesco ad entrare in un bar sovraffollato, a inerpicarmi su di uno sgabello al bancone e ad ordinare la mia cioccolata calda. Che però è finita. Potrei anche identificare tra gli astanti chi me l'ha rubata, ma non avrebbe scopo e quindi mi rassegno ad un té caldo mediocre (“Dulcinea”: croce sopra). Sono arrivato, guarda un po', troppo tardi.

Finirò in un ristorante con poca scelta e prezzi troppo alti per quello che offre, “la Piazzetta”, dopo averne trovati “pieni” un paio d'altri. La qualità di quel poco non lascia comunque a desiderare e il servizio è cortese.

lunedì 31 dicembre 2007

Trieste

Saluti meno strazianti ad Udine, poi via.

Oggi è il giorno di Trieste.
Così come so che Ferrara è bella, speravo che Udine lo fosse e sono sicuro che Trieste lo sarà.
Ma così come sono andato a Ferrara per me, per mia nonna e per la zia e ad Udine per me e per l'altra zia, sono a Trieste per me e per Claudia.

L'avvicinamento alla città dal treno è gratificante: la mattina tersa offre diversi scorci della città progressivamente più da vicino. Uscito da una stazione dagli interni insolitamente moderni ma sembra funzionali, la città mi mette subito a mio agio. Alcune facciate richiamano Torino, la gente sembra serena (starà pensando all'abbuffata?). I semafori per i pedoni, invece, hanno tempi insopportabili.

Arrivo alle 11 circa, i fiorai sono aperti e quasi tutti lavorano. C'è vita, c'è sole e non vento, le persone parlano con una cadenza veneta che trovo buffa e mi mette di buon umore. Ogni tanto penso alla figura che farò quando ella parlerà con quest'accento e le scoppierò a ridere in faccia. Molto magra invero, anche perché io stesso credo di avere un accento marcato non poco.


Tempo di B&B. Raggiungere il numero 31 di via Carducci (all'altezza di piazza Goldoni) è questione di una decina di minuti a piedi, ed è pure facile: chiunque sa dov'è la via, una delle più importanti, e basta imbroccare via Ghega per trovarla. Il pesante portone di ferro battuto apre sulla scala del palazzo. Al terzo piano, che si può raggiungere con l'ascensore, mi accoglie una signora. Mi mostra rapidamente ed efficacemente la mia stanza singola (ce ne sono altre doppie, che non ho visto) e mi indica i bagni a disposizione degli ospiti. Il marito mi spiega poi che domani non sa bene come verrà servita la colazione (infine, credo non sia stata servita del tutto, ma è chiaramente un caso eccezionale), e in risposta ad una mia domanda sulla foto di Piazza dell'Unità d'Italia su un calendario davanti al mio naso, mi accompagna attraverso un balcone ad una stanza e mi indica come raggiungerla; mi suggerisce anche di osservare la città da una delle balaustre della “scala dei giganti”. In tutto, si mostra amichevole anche se non espansivo (atteggiamento che io di natura non devo incoraggiare un gran che). L'impressione generale è che rispetto al B&B di Ferrara qui siano più “professionisti”: questo ricorda più una stanza d'albergo, quello più una stanza per gli ospiti.

La stanza è più grande di quella di Ferrara, ed ha una pianta ad L. È dotata di ampio guardaroba, attaccapanni, specchio e comodino. Ha anche una lampada con sveglia incorporata, ma quest'ultima ha la pila scarica. Ci sono prese elettriche, un cestino, un televisore con antenna manuale (il “baffo”) che ho rinunciato a sintonizzare dopo pochi minuti, una grande luce al neon che rimane leggermente luminescente anche al buio, una sedia e un grosso termosifone al più tiepido. Ci sono lenzuola e copricuscino puliti, coperta e piumone e mi vengono forniti due asciugamani sottili e poco assorbenti.

La camera ha un balconcino che si affaccia ad est sulla piazza Goldoni e che mostra la scala dei giganti e il monumento ai caduti che la sovrasta. Ci sono due livelli di porta-finestra, ma il più interno ha la chiusura difettosa e lascia una notevole fessura; fortunatamente quella esterna tiene bene. Alla sera ho avuto freddo, forse anche un po' sentito a causa del mio stato d'animo, ma certamente caldo non ne faceva. Quindi, freddo anche sotto le coperte? tutt'altro: ho dovuto liberarmi del copriletto e della canottiera per non sudare.

Durante la notte, le luci non sono un problema: la serranda chiude benissimo, la porta è dietro l'angolo della L, il televisore ha il tasto di spegnimento. Invece il rumore è ben presente, a prescindere da quello d'occasione dei festeggiamenti di fine anno. I rumori di piazza si sentono piuttosto bene, ma non c'è gran traffico. Si sente anche il rumore di chi va in bagno e più in generale di chi va. Infatti il pavimento in parquet di legno scricchiola e, sotto i tacchi, fa da cassa di risonanza; ciò vale per le aree comuni e le stanze, inclusa questa, bagni esclusi. A concludere, un rumore a volte gocciolio a volte scorrere di acqua. Chi è sensibile ai rumori avrà fastidio di tutto questo, mentre gli altri lo noteranno a mala pena. Il letto è un po' più rigido della media, cosa che a me ha fatto piacere.

Mi viene anche consegnato un trittico di chiavi: posso andare e venire come mi pare.

I bagni sono ampi e spogli, piuttosto puliti, dotati di doccia con attaccapanni limitrofo, di un portaasciugamani e di una mensolina. L'assenza di un tappetino fuori dalla doccia suggerisce di usare delle ciabatte.

La colazione è servita nominalmente tra le 8 e le 9: la tavola è apparecchiata con un paio di marmellate, burro e crema di cioccolato (per i maniaci, sì: quella crema) tutte monoporzione e due pagnottine di pane, mentre la bevanda calda è preparata sul momento (quindi c'è da aspettare qualche minuto). Non dubito che a richiesta si possa optare per richiedere più pane o più porzioni.


Ho girato la città per un paio d'ore, diversivo per l'attesa. Ho passato poi un paio d'ore con Claudia, che mi ha descritto ciò che avevo visto.

C'è uno spirito di patria che permea la città. A Torino ci sono intere zone con vie chiamate come città, fiumi o regioni, ma non c'è nessuna “via Torino”, “via Piemonte”... a Trieste c'è però un “Corso Italia”. Ci sono più monumenti ai caduti che alle icone cristiane, i quali tradiscono una storia di sofferenza o, da un altro punto di vista, di gloria. Dal mio, sofferenza.
L'impressione che ho avuto entrando nel parco sulla collina di San Giusto è stata molto intensa. In una... err... pineta? non ricordo che alberi fossero. Be', tra i tronchi di un alboreto rado e ben curato vi erano pietre; su alcune, scritte rosse erano visibili. Quando sono capitato accanto ad una, ho notato che la scritta era il nome di un caduto. Di lì ho notato che di queste pietre era cosparso tutto il terreno, che ognuna aveva una scritta, ognuna un caduto: migliaia di pietre, migliaia di scritte, migliaia di caduti mi hanno rammentato la vanità dell'uomo. Ho poi scoperto che il luogo è chiamato Parco della Rimembranza.

Trieste è anche una città particolarmente amichevole. Ci sono le fermate amiche. Probabilmente dei disabili, anche se non mi sembravano molto amichevoli. C'è Villa Amica, credo un centro di recupero per anziani. Ci sono le telecamere amiche, che si fanno in amicizia i fatti tuoi. È un trionfo del bispensiero.

Fortunatamente Claudia domina benissimo la cadenza locale. In compenso parla più rapida di quanto scriva, che già è notevole. Ogni tanto la scruto per trovare in lei Clo', ma fortunatamente non ci riesco. Mi spiace lasciarla: sono incontinentemente avido e al posto di pesare la fortuna di conoscere persone come lei, abbastanza improbabile, metto sulla bilancia il disappunto per le nostre strade così lontane.

Passerò qualche ora in uno stato di febbrile delirio e riflessione, in cui i pensieri sembrano affollarsi ma non sei neppure sicuro che non te li stia invece sognando. Come quando si sogna di sentire una barzelletta irresistibile, e ci si sveglia con la voglia di ridere e far ridere gli altri. Ma la barzelletta non prende forma, anzi pian piano evapora portandosi via l'allegria. In effetti, mi sento stanco e vuoto, ma non mi pare di aver dato così tanto. Magari ero vuoto già in partenza.

domenica 30 dicembre 2007

Udine

Oggi è la giornata di Udine. Ieri l'altro, quando li ho avvisati che sarei venuto in visita, gli zii mi hanno condannato a disdire il B&B che avevo prenotato, come mia madre aveva vaticinato. La recente operazione della zia di Udine, che a me sembrava un ottimo motivo per risparmiarle le fatiche di chi ospita, non è stata neppure presa in considerazione: la mia venuta ad Udine ammette una ed una sola soluzione reale.

Lo zio mi ha mostrato il centro di Udine, dall'archiettura sobria e di gusto antico. Ha anche cercato di esprimere e comunicarmi un po' di ciò che la gente del posto provò a causa del terremoto del `76, più o meno con questo concetto: «Ognuno perse molte persone che conosceva. Ma la cosa peggiore è perdere il proprio passato.» Se è vero che il passato vive soprattutto nel ricordo, quando a questo ricordo manca del tutto un riscontro nella realtà, esso si svuota. È per questo che abbiamo bisogno di feticci come le fotografie o i souvenir a testimoniare che non ci siamo inventati tutto: ci inventiamo sempre tante cose ma quello no, quello l'abbiamo proprio vissuto. L'annullamento definitivo di tutto il passato deve essere devastante.

Mi ha anche portato a vedere la mia prima partita di pallacanestro, un Udine contro Premiata, perso come da pronostico dai primi. Tutto sommato, è stato bello. Ci sono stati episodi esaltanti e momenti di tensione (sportiva).

Ho un po' il rammarico di non aver trascorso molto tempo con la zia, anche a causa del poco tempo che ho a disposizione in generale.

sabato 29 dicembre 2007

Ultimo giorno a Ferrara

Arrivano zia e cugina più (potenziale) consorte, per la prima volta ci troviamo insieme noi tre nipoti della nonna (la terza vive a Ferrara). Per celebrare, cappelletti in brodo di cappone fatti dalla nonna con aiuto di Iana, che se ne prende cura in questo periodo: viva la vita.
E per immortalare, una foto, no? No, perché me ne sono dimenticato. Veramente deprecabile.

Infine, tempo di addii. La nonna ha pianto anche le altre volte quando sono ripartito, come se fosse l'ultima volta che mi aveva visto. Fin'ora s'è sempre sbagliata. Ma questa volta c'è la consapevolezza che passeranno due interi anni; ha pianto come se mi avesse fatalmente assassinato con le sue mani e ne piangesse nel contempo il dolore della necessità e quello della perdita. Me ne sono potuto andare, inequivocabilmente scosso, lasciandola nelle mani della zia rimasta.

Intanto, sia alle 23 con un freddo inverecondo sia alle 9:30 con ancora mezzo centimetro di brina su ogni cosa, il fascino della bicicletta come mezzo di trasporto si ridimensiona fortemente.