Firenze quest'oggi è a casa mia.
martedì 20 aprile 2010
sabato 2 gennaio 2010
Nuovo anno
E anche considerare nuove prospettive.
Un dottorando dallo Sri Lanka che mi dice che il 25 dicembre non è particolarmente speciale per lui, che senso ha festeggiare essendo soli? Ma passerà “due o tre ore” a parlare a sua moglie, ancora a Ceylon.
O una che torna dai suoi parenti a Taipei perché qui è periodo di vacanza, passerà l'istante festivo in aereo e se la Nippon Airlines ha calcolato bene la rotta risparmieranno lo Champagne saltando da un fuso orario all'altro, dalle 23:30 direttamente alle 0:30, e a mezz'ora dall'evento chi se lo ricorda più?
E comunque il capodanno cinese cade da qualche parte tra gennaio e febbraio, e infine neanche va matta per i cibi tipici dell'occasione.
Io con amici italiani, capitato nell'unico posto che siamo (= sono) riusciti a trovare disponibile il giorno prima, un ristorante il cui nome «Italiasia» promette eclettismo; posto sinceramente mesto, al 15º piano dello stesso Holiday Inn che mi ospitò per la prima volta a Chicago quando ancora non speravo che l'avrei mai rivista.
In un edificio di pianta quadrata di 50 metri di lato, l'albergo occupa dal 15º al 23º piano; un'agora che si estende per almeno 30 metri e 7 piani fa dimenticare di essere a 40 metri dal livello della strada superiore (in quella zone Chicago è un po' strana e ha strade che si sviluppano sopra altre strade). La vista sarebbe piuttosto bella, ma non ci sono finestre visibili dal ristorante. E così, seduti alle 21 circa, mezz'ora per ordinare, guadagnamo l'antipasto circa quaranta minuti dopo, l'insalata dopo altrettanti e per le 23:40 ci viene servito il piatto principale; così si brinda tutti con acqua (e per una volta non mi sento reietto) in un attimo di pausa quando qualcun altro grida un conto alla rovescia. Estremamente anticlimatico, ma non me ne calse mai né poco né punto, e intimo, perché gli altri avventori sembravano quasi spaventati all'idea di far rumore.
E, altre prospettive, dialogo surreale di un trio alticcio che ci si avvicina a fine cena chiedendoci se possiamo fare loro una foto; con la nostra macchina fotografica; e per noi stessi, visto che a loro non interessa veramente averne una copia. Interrogato, il più sobrio del trio ci dice che viene dall'Ohio e che è la terza volta che lo fa... immaginiamo intenda il terzo capodanno in un giorno, e l'aspetto esausto anche se festoso avalla quell'interpretazione e cancella nel contempo da noi ogni possibile traccia di invidia.
Nuovo anno: sento la mia voce imitare quella dei miei amici in auguri a cui il mio cervello si rifiuta di attribuire alcun significato; perché sì, sarei contento se fossero felici, ma così oggi come ieri e due mesi fa. Ma se manifestazione mi è richiesta, adempio, se è necessario sorseggiare vino per celebrare, inghiottisco, se c'è da pronunciare augurii, eseguo.
Quindi: buona camicia a tutti.
domenica 10 agosto 2008
Toro seduto a parlare al cellulare
E chi ha voglia di alzarsi, quando si è in un letto vero? Eppure questa è l'ultima giornata intera qui a Yellowstone, quindi bisogna.
Ma, prima di rientrare nel parco, andiamo ad una specie di mercato ai margini di West Yellowstone, allestito in un polveroso spiazzo con una serie di tende indiane disposte in un ampio circolo. In esposizione ed in vendita sono prodotti di artigianato, da borse di pelle a collanine ad armi d'ossa a cappelli e strumenti musicali, a pelli e ad ossa di animali. Il dubbio mi permea, a volte propendo per trappola per turisti, altre per uno spirito indigeno. Sicuramente gli uomini e le donne nelle tende sembrano avere antenati indigeni.
Osservando le ossa di animali, i trofei e le pelli mi rendo conto di quanto mi sono allontanato dalla vita animale. Sono riuscito a rimuovere la connessione tra la fetta di carne che compro al supermercato e un toro che pascola. Osservando questa gente, mi rivolta la loro attivit&agarve; eppure so che c'è chi la fa per me al posto mio.
E poi si ritorna nel parco: c'è ironia, se si vuole vederla.
Giornata dedicata all'Upper Basin, dove regnano le pozze d'acqua calda. Le fotografie falliscono a descrivere i colori delle rocce e delle acque, le parole non ci provano nemmeno. Il pranzo, comprato questa volta in un supermercato, è consumato in compagnia di un elk femmina e suo figlio. Mentre anche loro pranzano, tranquilli e mantenendo una certa distanza, tiriamo le somme sulle differenze tra cervi, elk e deer, senza veramente venirne a capo e senza che quelli in questione ci vengano in aiuto.
Salendo su una collina che la gran massa di turisti evita (il motivo stante principalmente nel «salendo») ma che è comunque sufficientemente frequentata, arriviamo alla vista per eccellenza della chromatic pool per eccellenza, ultra-fotografata anche da noi.
Questa è una vista un po' diversa... dal basso.
La stanchezza si fa sentire, ci rifugiamo in uno dei centri-museo dove spiegano il ruolo e gli aspetti degli incendi nel parco (e scopro che i pini non sono per nulla impreparati all'evento, avendo sia pigne normali i cui semi morrebbero con il fuoco, sia pigne ad apertura ritardata che resistono al fuoco per aprirsi l'anno dopo). C'è anche un pannello che illustra le differenze tra lupo e coyote; quella che abbiamo imparato noi è che se lo vedi, è un coyote. Se no, è un lupo, ma potrebbe essere anche un alce.
L'estremo nostro tentativo di rimanere nel parco si esaurisce nella fallita ricerca di un punto nell'altopiano centrale dove avrebbe dovuto esserci un'installazione sul tema degli incendi. Invece la strada si rivela un solco ininterrotto attraverso una distesa di vegetazione troppo alta per vedervi oltre e troppo fitta per addentrarvisi.
Mentre ci dirigiamo all'albergo, la luce fioca del tramonto ci ricorda che non entreremo più nel parco.
sabato 9 agosto 2008
Acqua calda (anche in stanza)
Smantelliamo ed asciughiamo professionali la tenda, e siamo pronti per andare!
Oggi è giornata dedicata ai geyser, che io continuo a pronunciare come Geiger alla tedesca rendendomi ridicolo alle folle.
Ad ovest del lago Yellowstone, il Firehole River passa attraverso un florilegio di geyser, pozze di fango (plop, plop... come il calderone di Baba Yaga) e specchi d'acqua calda.
È anche la zona del «lower basin» sede del più famoso geyser al mondo, la cui puntualità nella periodica eruzione gli è valsa il nome di Old Faithful. La sua fama, pompata dalla pubblicità, fa sì che in un sabato pomeriggio di sole vi siano ad assistere, attorno ad esso, migliaia di persone: non esattamente un'esperienza intima.
Più personale è invece quella con quei geyser che, pur non lesinando spruzzi, non amano farsi annunciare. Ci è capitato così di vederne un paio iniziare un'eruzione mentre passavamo loro accanto. Abbiamo provato a “passare accanto” allo stesso modo al geyser più alto dell'universo, Steamboat, che erutta ogni qualche anno e il cui spruzzo durante l'equinozio rischierebbe di estinguere il sole, ma ci ha solo degnato di pochi spruzzi di un metro o due, giusto per deriderci.
In compenso, sempre presenti sono le pozze di acqua calda. La loro acqua è spesso limpida, anche se talvolta fumante; con il tempo l'acqua sgorgante dalla terra ha eroso la roccia formando appunto pozze che sono spesso profonde (metri) e abbastanza larghe. Dove c'è calore la vita pullula, e così a seconda della profondità e della temperatura, diversi batteri vivono dell'acqua donandole diversi colori. Il risultato sono pozze che solitamente ai bordi vedono tonalità di marrone e arancione vivo, a volte rosso, sfumare nel giallo e poi nel verde smeraldo con la profondità. Altre sono trasparenti, forse troppo calde o troppo vivaci perché i batteri vi sedimentino, altre ancora sono prevalentemente celesti. E molto spesso puzzano.
L'ultima tappa del mio dormire (i miei amici invece ne avranno ancora una lunga serie) è a West Yellowstone, un paese chiaramente basato sul turismo, piuttosto pieno di alberghi. Non che questo basti: l'unico che abbiamo trovato noi, il Gray Wolf Inn, è costosissimo! In effetti abbiamo scoperto la nostra stanza essere un appartamento al completo, più bello di casa mia; questo ci ha spiegato a posteriori la faccia della donna alla portineria quando le ho chiesto se c'era una doccia: da quella domanda in poi, ha continuato a ridere e ridacchiare (ci devo aver perso una cinquantina di punti). Comunque nulla sarebbe troppo lussuoso dopo aver dormito in tenda.
venerdì 8 agosto 2008
Siamo di nuovo fermi. Stupidi bufali!
In Yellowstone l'appaltatore del servizio di alloggio si è allargato al punto che domina anche quello del vitto. Così anche se nel campeggio del Bridge Bay (sempre dai medesimi gestito) non viene offerto cibo, al Lake Village poco lontano si ha un «lodge» con negozio di paccottiglia e servizio ristorante e colazione. Gestito dagli stessi del Mammoth Hot Springs Hotel. E ivi è offerto lo stesso happy meal, tranne che questa volta non riusciamo a corromperli a far sostituire l'uvetta con un frutto (ieri era una mela di cera rossa).
Oggi, passeggiata verso Pelican Creek (ma non è stagione di pelicani) e un po' lungo il lago, a sfidare il cielo che ostenta temporali dalla sponda opposta.
La passeggiata è stata piacevole, senza particolari insetti tranne un pappatacio emovoro. Il vento allieta il cammino senza lanciarti la sabbia negli occhi, c'è anche spiaggia per chi vuole rosolare, o magari vuole congelarsi nel lago.
E nel sottobosco ci sono un certo numero di roditori: topi, scoiattoli, chipmunk e marmotte. Si nota molto la politica del parco: gli alberi morti vanno lasciati dove sono; l'unica concessione all'uomo è che quelli che cadendo hanno occluso un sentiero sono segati per liberarlo.
Una conseguenza di questa politica sono scene come questa, di tronchi di alberi carbonizzati, rosolati o «pietrificati», con intorno un pullulare di giovani pini la maggior parte dei quali, mi spiega l'(al)pinologa del nostro gruppo, morrà per mancanza di spazio. In effetti nella foto di giovani pini non se ne vedono, questo incendio deve essere stato molto recente.
Infine, abbiamo avuto la nostra prima esperienza seria con le pozze d'acqua calde. Cosa sono? buchi nel terreno con dell'acqua dentro. Vista una, viste tutte, no? No. Queste per esempio sono locate vicino al lago. Le più vicine sono in effetti dentro il lago ed alcune emergono a seconda del livello. La più famosa, chiamata «fishing cone», era usata dai pescatori che ci ficcavano dentro il pesce appena pescato e lo tiravano fuori già bollito; oggi era sommersa, però, e solo la sagoma si poteva intravedere.
Tutto umido al campeggio, niente fuoco... e niente marshmellow. Uhm, mi sa che avanzeranno...
Nessun orso, oggi.
Né lupi.
Né alci.
giovedì 7 agosto 2008
Oh, altri bufali.
Oggi, una ripassata al Wapiti Lake (dove in effetti abbiamo visto un gruppo di wapiti) e all'altopiano del monte Washburn.
E già che ci siamo, magari un'occhiata alle cascate e al Grand Canyon (che non è quel Grand Canyon, ma magari non è male lo stesso...).
Così, sotto un sole di un fastidioso inenarrabile, giungiamo ad un punto di osservazione affollato all'inverosimile. Il motivo:
Quando vidi foto di questo genere (ma fatte meglio!) uscire dalla macchina fotografica di un mio amico iniziai per la prima volta a dubitare che forse le immagini che vedevo non erano tutte rielaborate, ricolorate e ritoccate. Vedere queste cascate dal vivo mi ha definitivamente convinto che le immagini che vedevo erano rielaborate, ricolorate e ritoccate ma il lavoro che c'era dietro non era poi così arduo. Il sole che ci ustionava il capo ci faceva nel contempo gran servizio nel restituirci tutti questi colori.
Dal punto di osservazione si diparte un sentiero a prima vista impervio, ma che a parte il non essere a prova di incosciente non presenta difficoltà, al punto che persino noi decidiamo di prenderlo, happy meal alla mano. Esso si dilunga costeggiando da vicino il baratro del canyon, graziandoci con un po' di ombra ogni tanto. Alla fine, due percorsi si dipartono. Scegliamo quello verso un lago (Ribbon Lake, mi pare), che infine si rivela essere una palude inavvicinabile; non è brutta, non è malsana, ma è piena di zanzare, tafani e pappataci che ci martoriano.
In compenso, tornati al Lake Village, abbiamo potuto operare uno dei migliori investimenti di 3,25$ che esistano: una doccia calda senza limite di tempo. Ne sono uscito quando già degli SWAT pianificavano come trascinarmene fuori.
Alla sera, di nuovo in tenda, ma questa volta mi sono vestito come dovessi uscire d'inverno. Niente falò questa sera.
È piovuto.
Oggi nessun orso.
Né lupo.
Né alce.
mercoledì 6 agosto 2008
Ferma! Ferma! Ferma! Un bufalo!!!
Buttato a mare il programma di sei giorni, ci si avventura oggi nella zona a nord-est, senza scordare poi di andare a montare la tenda che ci proteggerà durante le prossime tre notti.
A colazione ci facciamo anche preparare un panino come “pranzo al sacco”; non siamo i primi ad avere quest'esigenza, e qui negli Stati Uniti quando una cosa è chiesta da più di due persone diverse diventa un affare. Ed infatti ci viene offerta, ad un prezzo ragionevole, una borsa di carta marrone con dentro il panino che abbiamo chiesto, una pinta d'acqua (in bottiglia di plastica, non in bicchiere da birra!), delle patatine “guardaci: hai già sete”, dell'uvetta passita “arsura e siccità” e i biscotti secchi della nonna “coup de grâce”. Chiudono un tovagliolo di carta, un paio di posate di plastica e gli immancabili ketchup, senape e maionese in bustina monoporzione. Niente statuetta di plastica in questo happy meal.
E poi tutto in macchina e via verso la foresta pietrificata.
Gli incendi a Yellowstone sono abbastanza frequenti, alcuni così estesi che persino i bell'immezzibusti del nostro telegiornalismo ne straparlano. Gli alberi colpiti dal fuoco muoiono, ma i loro tronchi possono rimanere eretti e rosolati solo all'esterno o carbonizzare e «pietrificare».
Il caldo è estremo sotto il sole di mezzogiorno. I miei amici si lasciano andare a foto artistiche; io, che non ne ho i numeri (lo dimostra la fotografia di cui sopra alla foresta pietrificata, che verrà pubblicata presto in uno speciale di «Dov'è Wally»), lascio la macchina fotografica in automobile.
Tornati sulla strada principale, attraversiamo distese di prati bagnati dal fiume Yellowstone e incrociamo mandrie di cervi (o wapiti?), bufali, stormi di oche natanti, un coyote solitario (li adoro sempre di più), umani a raffica.
Un'ultima capatina a nord ci porta finalmente all'inizio della Lamar Valley, entro la quale non ci avventuriamo per mancanza di tempo. Ci fermiamo alle prime cascate che il fiume Yellowstone crea in questa valle, e discendiamo fino al livello del fiume a valle a goderne il fluire.
Il campeggio è in un posto stupendo, la zona dove siamo ci lascia a disposizione parcheggio, piazzola, focolare (si decide a prima vista una serata con falò e marshmallow) ed un tavolo, e siamo circondati dagli alberi... e da una cassetta per il cibo.
Come tutti sappiamo, gli orsi (soprattutto quelli più intelligenti della media degli orsi) apprezzano i cestini da pic-nic e più in generale il cibo incustodito; la qual cosa non è amata dai ranger che vorrebbero gli orsi autosufficienti e indipendenti dagli uomini. Così per vanificare i loro sensi particolarmente fini i turisti devono riporre il cibo che non stanno per consumare in queste casse metalliche. L'orso fiuterà lo stesso, ma oramai sa che non riesce ad aprirle e quindi manco ci prova. E per ripicca divora i campeggiatori che trova nelle vicinanze. Così l'orso è indipendente, si procaccia il cibo da solo e anche i ranger sono più sereni.
Il problema del campeggio sono i servizi. Nella fattispecie, igienici: due cessi, un orinatoio, due lavandini e zero docce per i maschi, per le femmine magari domani vado a controllare. E poi una fontana.
Invece il problema del posto in generale è che fa un freddo deciso e c'è un'umidità veramente fastidiosa. Il problema non è risolto con i sacchi a pelo nominalmente testati da 20°F in su (e ci dovrebbero essere circa 40°F), né con la presenza di quattro persone negli stessi pochi metri cubi. Ma potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere.
Nessun orso, oggi.
Né lupi.
Né alci.
martedì 5 agosto 2008
Taxi driver
La mattina mi è annunciata da un'antipatica sveglia e poi proclamata dalla prima vista sul parco. Morning glory!
Il miglior modo di iniziare la giornata dopo due ore di autostrada al buio e sei scarse di sonno è ovviamente rituffarsi sull'autostrada, in senso inverso.
Il panorama è sorprendente ed estasiante, la luce rivoluziona il viaggio. Quello che era un bordo strada si rivela la riva di un fiume, il buio lascia il posto a colline e montagne e un autovelox mal nascosto pieno di lucette si rivela essere una cassetta per le lettere coperta di carta luccicante con stelline e colori patriottici.
Arrivo all'aeroporto quando già l'aereo da Denver è atterrato con il suo carico di amici. Persone cui voglio bene che da sette mesi non vedo: ci si dimentica in fretta delle 10 ore di sonno che abbiamo sulle spalle (non equamente divise tra tutti e quattro). E la loro emozione deve essere stata pure maggiore, visto che per la prima volta nella nostra vita sarei stato io a portare in giro loro e non viceversa.
Un locale via di mezzo tra un saloon ed un bar ci ha nutrito per il pranzo. Lì un indigeno ha attaccato bottone con noi che per la prima volta abbiamo assaggiato l'accento locale (non che ne avessimo bisogno: riusciamo a non capirli anche senza accenti) e ci ha mostrato uno dei coltelli che costruisce. Questo dopo che avevamo trovato pallottole calibro almeno mezzo centimetro nel parcheggio. Tempo per un hamburger alla meridionale!
Nonostante siano stanchi, non faccio fatica a convincerli ad abbandonare il letto per avventurarci nel parco, anche solo con qualcosa di vicino. Così visitiamo le hot springs e il primo dei negozi di ricordini e paccottiglia varia. La loro intenzione è chiara: sono negli Stati Uniti, ma vogliono vivere l'America.
Ciò che delle sorgenti calde colpisce per primo è l'odore sulfureo (altrimenti detto “puzza di uova marce”). Perdiamo un po' di tempo a discutere su come le rocce si siano conformate a terrazza, senza venirne a capo, poi proviamo a capire cosa ci fa un albero (seppure morto) in mezzo ad una di esse, con miglior successo (si è deciso che l'albero era nato prima che l'acqua portasse il calcare che forma la roccia della terrazza).
Si osservano gli uccelli che si abbeverano all'acqua calda e i colori delle rocce.
E poi, troppo stanchi e troppo americani, facciamo il giro che rimane da fare con l'automobile; il percorso sarebbe anche piacevole a piedi, ma questi ultimi non collaborano.
La sera, cena al ristorante e poi ci si trascina a letto. Domani sveglia alle... be', poco prima che smettano di servire la colazione. Dopo tutto, è sempre stata la nostra regola.
Temporale di sera, bel tempo si spera (tanto è gratis)
Avendo tutto il tempo del mondo prima che i miei amici arrivino a Yellowstone, riesco anch'io a perdere la mia coincidenza all'aeroporto di Denver. Infatti il tempo a Chicago è stato temporaleggiante e molti aerei sono in ritardo, tra i quali quello che mi deve portare in Colorado.
Atterrato all'aeroporto troppo tardi, apprendo che la compagnia aerea (Frontier Airlines) mi ha messo de iure nel volo successivo quattro ore dopo, a tarda notte. Non ne sono entusiasta, ma poteva andare molto peggio. Forte di questa nozione, ho il tempo di fare cena e, per tirarmi su di morale, decido di non badare a spese e mangiare il meglio possibile; il che si traduce nelle delizie di Panda Express (in Italia abitavo vicino ad una lavanderia con lo stesso nome...), che a sua volta si traduce nella realizzazione che il meglio possibile non è proprio possibile.
Arrivato a Bozeman, Montana, riesco a prendere il SUV pochi minuti prima che l'ufficio che mi serve chiuda, passo mezz'ora in un parcheggio al buio a capire come si usa e poi via, due ore di viaggio supportato dal navigatore (molto efficiente) nell'oscurità più assoluta verso l'albergo. Le stazioni radio sono in tutto due, una AM e una FM, ma Nina Simone è come sempre un'amica su cui contare e viaggiare con lei (ed ogni tanto aiutarla a cantare) è sempre meraviglioso.
Alle 2:30 mi annuncio alla reception con un «I'm here for a late check in». Stanza con un lavandino e due letti da una piazza e mezza, questa notte uno è tutto per me, ma da domani si condivide.
domenica 3 agosto 2008
Chi ben comincia è a metà del viaggio (bloccato)
Domani mattina si parte per il parco di Yellowstone, Wyoming, per sei giorni più frammenti.
Amici arriveranno stasera dall'Italia. È tutto preparato, pianificato e previsto, più o meno come lo era il viaggio dei miei primi messaggi su questo web log. Arrivano stasera, li vado a prendere giusto dopo il mio turno di lavoro (e salterò per questo l'ultima sessione di Dungeons & Dragons, la prossima essendo a metà Settembre), ceniamo, dormiamo e domani mattina si prendono i due aerei per Bozeman, poi si prende la macchina in affitto e si raggiunge l'hotel a Mammoth Hot Springs, si fa un breve giro nei dintorni e infine si dorme. Fico.
Tranne che i miei amici mi comunicano con un mesto messaggio («Purtroppo non è uno scherzo») che hanno perso la coincidenza a Londra. Se la spasseranno al costosissimo Hilton Hotel in attesa del volo 24 ore dopo e faranno gran uso degli accessori da bagno ivi forniti (shampoo e simili).
Così abbiamo ridefinito, attraverso un'improbabile comunicazione dove loro non possono usare Internet e io il telefono, un nuovo piano che mi vede avanguardia in Montana con loro la cavalleria di supporto il giorno dopo.
Ora l'importante è che siano forti e di buon umore, perché la mestizia può compromettere la vacanza in maniera molto più fatale che un contrattempo. I muffin londinesi dovrebbero aiutare all'uopo.
Pare che dopo tutto potrò partecipare all'ultima sessione di D&D...
martedì 29 gennaio 2008
Sorprese
In questi giorni ciò che più mi manca è qualcuno con cui sorprendermi. Mi piacerebbe incrociare la sorpresa e le impressioni che porta il veder volare la neve radente l'asfalto come fosse sabbia al vento. Oppure i placidi salici con le radici affondate nel ghiaccio del Fox River in un'atmosfera grigia e vagamente nebbiosa. Oggi mentre andavo a lavoro hanno attraversato la strada davanti alla mia macchina, a distanza, cinque
Oggi ho deciso per un'ispezione del frigorifero e, dopo una settimana, ho realizzato che se metto la mano nel frigorifero e sento caldo non è normale. Un più attento esame ha rivelato che le rotelle all'interno di esso erano due e non era quella del congelatore che avevo azzerato. Ne ho poi parlato a lungo con lo yogurt, che mi ha suggerito che potrebbe essere per quello che sia il mais sia i fagioli in scatola sono diventati intrattabili e persino acidi.
Menu della sera: minestra di patate
Risultato: posso fare meglio, la prossima volta
Ho ecceduto, era troppo salatasaporita.
Tempo di preparazione: 40 minuti
Ingredienti: pasta piccola (“elbows”), due patate rosse, un poco di peperone, un troppo di sale.
Il meglio: mangiarla in una scodella da dessert, in due tappe, perché in questa cucina ci sono due piatti piani e nessuno fondo.
lunedì 28 gennaio 2008
Sweet home, Naperville
Avrebbero dovuto essere tutti non disponibili tranne un paio... allora sí che sarebbe stato facile decidere. Invece tutti gli appartamenti che ho visitato sono tutti liberi, tranne uno che era quello che avrei preferito. Be', non sono sicuro manco di questo. Ok, proviamo con la soluzione scientifica: elaboriamo in maniera imparziale tramite il computer.
echo $((RANDOM % 7))
Bene, so dove andare.
L'altro ieri ho visitato due appartamenti (un terzo era chiuso), ieri altri millecinque.
Ho ridotto la scelta ad un dilemma (echo $((RANDOM % 2))); una delle arpie con cui ho parlato mi ha suggerito: «talk to your pillow», ma la notte non mi ha portato un gran consiglio; il mio amico italiano neppure, ma mi ha incoraggiato a prendere una decisione. Così avrò un nuovo appartamento, a soli 25 minuti in automobile da dove lavoro. Non ne vado pazzo, un altro mi piaceva di più ma aveva la cucina elettrica e non a gas ed io voglio pagare anche il gas, e che cavolo. Quindi, le premesse per il rimorso ci sono tutte e si concretizzeranno al primo problema.
Nel frattempo, al posto dell'usuale euforia di quando compro un giocattolo nuovo vi è il sollievo per un'altra decisione che non è più da prendere.
giovedì 24 gennaio 2008
So, what's up?
E che significa questo?
Naturalmente negli ultimi due mesi il mio trasferimento verso Chicago è stato il mio pensiero costante, ora fisso ora latente. Mi sono distratto con la burocrazia, con le persone (ho passato più ore in compagnia in un mese che negli undici precedenti), con l'ostentata noncuranza, ma ne ho sempre sentito la presenza.
Sono sempre stato certo che sarebbe stata mesta, la solitudine del FermiLab. Tra le possibilità, ho considerato anche quella di un blog. Ho iniziato a scrivere del testo, non pubblicato fino ad oggi, per vedere come mi ci trovavo.
Ieri finalmente ho deciso quale servizio utilizzare, ho aggirato le difficoltà derivanti dall'uso di un browser in beta a 64 bit sotto Linux e non open-source, ho cercato un nome e ho trascritto tutto il passato.
Quindi, in conclusione ma in principio, sono arrivato a Chicago, abito a Naperville ma sto cercando casa e finalmente d'ora in poi se vorrò scrivere qualcosa potrò farlo in diretta.
A proposito: ARRR!!!
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domenica 20 gennaio 2008
Gelo
Siamo scesi sotto zero. Evviva.
C'è anche un po' di vento; senza, il freddo se ne starebbe intorno a te; con il vento, invece, il freddo ti trapassa i vestiti e bussa alla tua pelle. Evviva.
A Chicago c'erano mendicanti per strada. Io ero per strada per arrivare ad un locale e sentire un po' di musica.
Non ha senso lamentarsi del freddo quando si ha un letto caldo.
mercoledì 2 gennaio 2008
Verso la partenza
Avendo un po' di tempo prima di ripartire, mi sono seduto sul molo ad assaggiare la bora, a contemplare la superficie increspata dell'acqua e l'orizzonte. Di nuovo osservavo il gianduiotto, o, secondo Claudia, il panettone. Un tempio mariano della Chiesa Romana che si staglia sul profilo delle colline e, ella mi spiegava, appare a sagoma di “M” se visto dall'Istria che fu jugoslava. Doveva ricordare agli italiani al di là del confine la libertà; ora dovrebbe ricordare a quelli al di qua quanto essa sia prostituta e millantatrice.
In un attimo sono a Mestre, dove un uomo diretto a Milano in attesa del mio stesso treno dà in escandescenza al telefono: sul binario dove al solito c'è il nostro, ora ce n'è un altro, sempre per Milano, ma il capotreno, contagiato dal nervosismo del primo, afferma lapidario che ce ne sarà un altro dopo. Così il passeggero sbraita ancora di più al cellulare, e si perde l'annuncio che il nostro treno passa sul binario dall'altro lato della passerella su cui siamo.
Molto metaforico.
Decido che il suo atteggiamento mi è fortemente antipatico e non gli dico nulla. Molto metaforico anche questo, del fatto questa volta che io sono un po' stronzo. Certo non brillo per sentimento cristiano.
Terzo pranzo saltato di fila. In compenso nutro la fiducia che non soccomberò per tale mancanza.
martedì 1 gennaio 2008
Troppo tardi...
Oggi è giornata senza scopo. Trieste vista, Claudia incontrata, che rimane? Giro a zonzo per una città addormentata o assente. Mi sono messo in testa di fare spesa folle per andare in un ristorante serio a mangiare pesce. Avevo puntato già ieri un ristorante in particolare, anche se non ero proprio deciso. Ieri a pranzo mi dissero che era tutto pieno, ieri a cena peggio ancora, prenotati completamente dalle 8 in poi; oggi a pranzo arrivo tardi (tutto pieno, comunque stavano per chiudere) e chiedo di prenotare per la serata. Mi risponde che è dispiaciuto ma questa sera finalmente saranno chiusi, dopo tre settimane di apertura ininterrotta. Sarà dispiaciuto per me, forse, certo non per il meritato riposo. Poco dopo uscito, mentre ancora oscilla davanti ai miei occhi il fantasma degli spaghetti al nero di seppia serviti a chi era seduto e il loro profumo, alle mie spalle esce un cliente del ristorante, che grida al cellulare quanto avesse mangiato “da Dio” là dentro, che credeva avrebbe speso tanto e invece no, che era un ristorante consigliato dalla guida Michelin, e va avanti così per cinque minuti buoni. La carogna monta a livelli insopportabili e accelero il passo, resistendo a mala pena alla tentazione di girarmi e dirgli qualcosa, giusto per sfogare su una persona abbastanza innocente, solo un po' incontinente, la mia frustrazione.
Il percorso è deciso: mi dirigo per una lunga via anonima (metaforicamente, ché si chiama via Rossetti) fino alla via delle Sette Fontane, che chissà quanto saranno belle. Al suo inizio trovo ad accogliermi l'esoscheletro di cemento del centro fiere, che mi ricorda la natura del consumismo. Percorsa per intero la via, ho notato per terra, sopra un manto di petardi esplosi, numerosi (forse sette?) resti rosa di quelle specie di fuochi che producono solo scintille in tutte le direzioni, che se non erro sono chiamati appunto fontane. Non posso dire di essere soddisfatto: ancora una volta sono arrivato in ritardo.
Decido che una visita a Basovizza può essere interessante. Riesco a raggiungere l'autobus 39 dopo tre interviste ad altrettanti autisti, tutti molto preparati: in fondo, la città non è grandissima.
L'andata mi regala scorci di Trieste al tramonto, il ritorno scorci di Trieste illuminata. Nel mentre, raggiungo la foiba attraverso una strada senza marciapiede e non illuminata. Il vento e poche altre persone rumoreggiano piano. Non so cosa aspettarmi, spero in qualche spiegazione che forse è dentro un edificio già chiuso quando arrivo. La foiba stessa è probabilmente chiusa da un enorme blocco metallico, probabile speranza se non di chiudere il discorso per lo meno di impedire il ripetersi. Il battere di un moschettone metallico su un portabandiera scandisce il ritmo del ricordo.
L'empatia è ciò che distingue gli umani dagli androidi di un famoso romanzo di Dick. È la capacità di compartecipare ai sentimenti di un altro. Mi sono chiesto cosa possa trasformare un uomo a tal punto da interrompere questo processo, da trasformarlo in un “androide” che può ordinare o eseguire la condanna di un uomo ad essere gettato vivo in un buco, moltiplicata per centinaia di uomini. Un ideale astratto? L'abitudine? L'incoscienza? Ora spero di non scoprirlo mai. Ma, come chiede la strega Ravel, «Che cosa può cambiare la natura di un uomo?».
Verso le sei, di nuovo in città, è l'ora di frustrare il mio bisogno di assumere una cioccolata calda seduto a leggere oziosamente un giornale. La maggior parte dei caffé e bar, escluso quello in piazza dell'Unità, sono chiusi. Riesco ad entrare in un bar sovraffollato, a inerpicarmi su di uno sgabello al bancone e ad ordinare la mia cioccolata calda. Che però è finita. Potrei anche identificare tra gli astanti chi me l'ha rubata, ma non avrebbe scopo e quindi mi rassegno ad un té caldo mediocre (“Dulcinea”: croce sopra). Sono arrivato, guarda un po', troppo tardi.
Finirò in un ristorante con poca scelta e prezzi troppo alti per quello che offre, “la Piazzetta”, dopo averne trovati “pieni” un paio d'altri. La qualità di quel poco non lascia comunque a desiderare e il servizio è cortese.
lunedì 31 dicembre 2007
Trieste
Saluti meno strazianti ad Udine, poi via.
Oggi è il giorno di Trieste.
Così come so che Ferrara è bella, speravo che Udine lo fosse e sono sicuro che Trieste lo sarà.
Ma così come sono andato a Ferrara per me, per mia nonna e per la zia e ad Udine per me e per l'altra zia, sono a Trieste per me e per Claudia.
L'avvicinamento alla città dal treno è gratificante: la mattina tersa offre diversi scorci della città progressivamente più da vicino. Uscito da una stazione dagli interni insolitamente moderni ma sembra funzionali, la città mi mette subito a mio agio. Alcune facciate richiamano Torino, la gente sembra serena (starà pensando all'abbuffata?). I semafori per i pedoni, invece, hanno tempi insopportabili.
Arrivo alle 11 circa, i fiorai sono aperti e quasi tutti lavorano. C'è vita, c'è sole e non vento, le persone parlano con una cadenza veneta che trovo buffa e mi mette di buon umore. Ogni tanto penso alla figura che farò quando ella parlerà con quest'accento e le scoppierò a ridere in faccia. Molto magra invero, anche perché io stesso credo di avere un accento marcato non poco.
Tempo di B&B. Raggiungere il numero 31 di via Carducci (all'altezza di piazza Goldoni) è questione di una decina di minuti a piedi, ed è pure facile: chiunque sa dov'è la via, una delle più importanti, e basta imbroccare via Ghega per trovarla. Il pesante portone di ferro battuto apre sulla scala del palazzo. Al terzo piano, che si può raggiungere con l'ascensore, mi accoglie una signora. Mi mostra rapidamente ed efficacemente la mia stanza singola (ce ne sono altre doppie, che non ho visto) e mi indica i bagni a disposizione degli ospiti. Il marito mi spiega poi che domani non sa bene come verrà servita la colazione (infine, credo non sia stata servita del tutto, ma è chiaramente un caso eccezionale), e in risposta ad una mia domanda sulla foto di Piazza dell'Unità d'Italia su un calendario davanti al mio naso, mi accompagna attraverso un balcone ad una stanza e mi indica come raggiungerla; mi suggerisce anche di osservare la città da una delle balaustre della “scala dei giganti”. In tutto, si mostra amichevole anche se non espansivo (atteggiamento che io di natura non devo incoraggiare un gran che). L'impressione generale è che rispetto al B&B di Ferrara qui siano più “professionisti”: questo ricorda più una stanza d'albergo, quello più una stanza per gli ospiti.
La stanza è più grande di quella di Ferrara, ed ha una pianta ad L. È dotata di ampio guardaroba, attaccapanni, specchio e comodino. Ha anche una lampada con sveglia incorporata, ma quest'ultima ha la pila scarica. Ci sono prese elettriche, un cestino, un televisore con antenna manuale (il “baffo”) che ho rinunciato a sintonizzare dopo pochi minuti, una grande luce al neon che rimane leggermente luminescente anche al buio, una sedia e un grosso termosifone al più tiepido. Ci sono lenzuola e copricuscino puliti, coperta e piumone e mi vengono forniti due asciugamani sottili e poco assorbenti.
La camera ha un balconcino che si affaccia ad est sulla piazza Goldoni e che mostra la scala dei giganti e il monumento ai caduti che la sovrasta. Ci sono due livelli di porta-finestra, ma il più interno ha la chiusura difettosa e lascia una notevole fessura; fortunatamente quella esterna tiene bene. Alla sera ho avuto freddo, forse anche un po' sentito a causa del mio stato d'animo, ma certamente caldo non ne faceva. Quindi, freddo anche sotto le coperte? tutt'altro: ho dovuto liberarmi del copriletto e della canottiera per non sudare.
Durante la notte, le luci non sono un problema: la serranda chiude benissimo, la porta è dietro l'angolo della L, il televisore ha il tasto di spegnimento. Invece il rumore è ben presente, a prescindere da quello d'occasione dei festeggiamenti di fine anno. I rumori di piazza si sentono piuttosto bene, ma non c'è gran traffico. Si sente anche il rumore di chi va in bagno e più in generale di chi va. Infatti il pavimento in parquet di legno scricchiola e, sotto i tacchi, fa da cassa di risonanza; ciò vale per le aree comuni e le stanze, inclusa questa, bagni esclusi. A concludere, un rumore a volte gocciolio a volte scorrere di acqua. Chi è sensibile ai rumori avrà fastidio di tutto questo, mentre gli altri lo noteranno a mala pena. Il letto è un po' più rigido della media, cosa che a me ha fatto piacere.
Mi viene anche consegnato un trittico di chiavi: posso andare e venire come mi pare.
I bagni sono ampi e spogli, piuttosto puliti, dotati di doccia con attaccapanni limitrofo, di un portaasciugamani e di una mensolina. L'assenza di un tappetino fuori dalla doccia suggerisce di usare delle ciabatte.
La colazione è servita nominalmente tra le 8 e le 9: la tavola è apparecchiata con un paio di marmellate, burro e crema di cioccolato (per i maniaci, sì: quella crema) tutte monoporzione e due pagnottine di pane, mentre la bevanda calda è preparata sul momento (quindi c'è da aspettare qualche minuto). Non dubito che a richiesta si possa optare per richiedere più pane o più porzioni.
Ho girato la città per un paio d'ore, diversivo per l'attesa. Ho passato poi un paio d'ore con Claudia, che mi ha descritto ciò che avevo visto.
C'è uno spirito di patria che permea la città. A Torino ci sono intere zone con vie chiamate come città, fiumi o regioni, ma non c'è nessuna “via Torino”, “via Piemonte”... a Trieste c'è però un “Corso Italia”. Ci sono più monumenti ai caduti che alle icone cristiane, i quali tradiscono una storia di sofferenza o, da un altro punto di vista, di gloria. Dal mio, sofferenza.
L'impressione che ho avuto entrando nel parco sulla collina di San Giusto è stata molto intensa. In una... err... pineta? non ricordo che alberi fossero. Be', tra i tronchi di un alboreto rado e ben curato vi erano pietre; su alcune, scritte rosse erano visibili. Quando sono capitato accanto ad una, ho notato che la scritta era il nome di un caduto. Di lì ho notato che di queste pietre era cosparso tutto il terreno, che ognuna aveva una scritta, ognuna un caduto: migliaia di pietre, migliaia di scritte, migliaia di caduti mi hanno rammentato la vanità dell'uomo. Ho poi scoperto che il luogo è chiamato Parco della Rimembranza.
Trieste è anche una città particolarmente amichevole. Ci sono le fermate amiche. Probabilmente dei disabili, anche se non mi sembravano molto amichevoli. C'è Villa Amica, credo un centro di recupero per anziani. Ci sono le telecamere amiche, che si fanno in amicizia i fatti tuoi. È un trionfo del bispensiero.
Fortunatamente Claudia domina benissimo la cadenza locale. In compenso parla più rapida di quanto scriva, che già è notevole. Ogni tanto la scruto per trovare in lei Clo', ma fortunatamente non ci riesco. Mi spiace lasciarla: sono incontinentemente avido e al posto di pesare la fortuna di conoscere persone come lei, abbastanza improbabile, metto sulla bilancia il disappunto per le nostre strade così lontane.
Passerò qualche ora in uno stato di febbrile delirio e riflessione, in cui i pensieri sembrano affollarsi ma non sei neppure sicuro che non te li stia invece sognando. Come quando si sogna di sentire una barzelletta irresistibile, e ci si sveglia con la voglia di ridere e far ridere gli altri. Ma la barzelletta non prende forma, anzi pian piano evapora portandosi via l'allegria. In effetti, mi sento stanco e vuoto, ma non mi pare di aver dato così tanto. Magari ero vuoto già in partenza.
domenica 30 dicembre 2007
Udine
Oggi è la giornata di Udine. Ieri l'altro, quando li ho avvisati che sarei venuto in visita, gli zii mi hanno condannato a disdire il B&B che avevo prenotato, come mia madre aveva vaticinato. La recente operazione della zia di Udine, che a me sembrava un ottimo motivo per risparmiarle le fatiche di chi ospita, non è stata neppure presa in considerazione: la mia venuta ad Udine ammette una ed una sola soluzione reale.
Lo zio mi ha mostrato il centro di Udine, dall'archiettura sobria e di gusto antico. Ha anche cercato di esprimere e comunicarmi un po' di ciò che la gente del posto provò a causa del terremoto del `76, più o meno con questo concetto: «Ognuno perse molte persone che conosceva. Ma la cosa peggiore è perdere il proprio passato.» Se è vero che il passato vive soprattutto nel ricordo, quando a questo ricordo manca del tutto un riscontro nella realtà, esso si svuota. È per questo che abbiamo bisogno di feticci come le fotografie o i souvenir a testimoniare che non ci siamo inventati tutto: ci inventiamo sempre tante cose ma quello no, quello l'abbiamo proprio vissuto. L'annullamento definitivo di tutto il passato deve essere devastante.
Mi ha anche portato a vedere la mia prima partita di pallacanestro, un Udine contro Premiata, perso come da pronostico dai primi. Tutto sommato, è stato bello. Ci sono stati episodi esaltanti e momenti di tensione (sportiva).
Ho un po' il rammarico di non aver trascorso molto tempo con la zia, anche a causa del poco tempo che ho a disposizione in generale.
sabato 29 dicembre 2007
Ultimo giorno a Ferrara
Arrivano zia e cugina più (potenziale) consorte, per la prima volta ci troviamo insieme noi tre nipoti della nonna (la terza vive a Ferrara). Per celebrare, cappelletti in brodo di cappone fatti dalla nonna con aiuto di Iana, che se ne prende cura in questo periodo: viva la vita.
E per immortalare, una foto, no? No, perché me ne sono dimenticato. Veramente deprecabile.
Infine, tempo di addii. La nonna ha pianto anche le altre volte quando sono ripartito, come se fosse l'ultima volta che mi aveva visto. Fin'ora s'è sempre sbagliata. Ma questa volta c'è la consapevolezza che passeranno due interi anni; ha pianto come se mi avesse fatalmente assassinato con le sue mani e ne piangesse nel contempo il dolore della necessità e quello della perdita. Me ne sono potuto andare, inequivocabilmente scosso, lasciandola nelle mani della zia rimasta.
Intanto, sia alle 23 con un freddo inverecondo sia alle 9:30 con ancora mezzo centimetro di brina su ogni cosa, il fascino della bicicletta come mezzo di trasporto si ridimensiona fortemente.
venerdì 28 dicembre 2007
Arrivo a Ferrara
Inizia il viaggio che tanto ho pianificato. Prima tappa: Ferrara.
Ho segnato tutti gli indirizzi, i numeri telefonici di parenti, bed&breakfast, fiorai, gli orari di qualsiasi treno mi possa venir voglia o necessità di usare e chissà cos'altro.
Ho tutte le prenotazioni per gli alloggi fissate, tutti i biglietti in mano.
Ho scelto, per avere tutto sotto controllo, di ritardare un po' anche nell'avvisare i parenti che sto per andare a visitare. Durante il viaggio li avviserò. Ho tutto nella mia testa, nelle mie mani.
Parto: pullman, treno. Tutto benissimo. Ho pensato a tutto, sono il manager di me stesso e mi chiederò un aumento.
Alle 12, io in treno tra Bologna e Ferrara, mi arriva la telefonata di mia madre: "Cos'è successo? come mai non sei ancora arrivato? La nonna è molto preoccupata...".
Io non ho detto alla nonna di preoccuparsi. Io non le ho ancora neppure detto di occuparsi: ci ho provato ma non era in casa. Io non ho detto a nessuno che sarei arrivato alle 12, se non altro perché il treno arriva alle 12:30 più eventuali ritardi.
E inutile opporsi al crescere dell'entropia.
La nonna è contentissima e fortunatamente è uno dei giorni in cui sta meglio di tutti già di suo. È sempre bassa e spiritosa, anche se un po' più preoccupata del solito per far quadrare i conti, e si avvicina con i suoi passi ridotti a compiere 91 anni. La sua mortificazione maggiore è il non potermi fare un regalo di Natale; oramai ho rinunciato a provare a ragionarci a riguardo.
Ho visto anche con piacere gli zii di Ferrara e ho conosciuto il loro gatto Bel. In questi mesi ogni donna di questo ramo della famiglia sembra attirarsi infortuni, ma mi è parso di trovare la zia molto bene.
Il bed&breakfast “Titti” è al numero 107 di via dei Frutteti. Dalla stazione, ci si mette forse mezz'ora a piedi e molto meno con l'autobus giusto (l'1, mi pare).
La casa è indipendente, ha un piccolo cortile attorno ed è recintata da un cancello metallico. Una piccola anticamera all'esterno è protetta dall'esterno da una piccola veranda, che accoglie un alberello addobbato a festa, una luce sempre accesa e chi vuole cercare le chiavi per entrare senza congelare nel frattempo. Mi accoglie la “mamma ospite”, signora ferrarese gentilissima malgrado non l'avessi avvisata che sarei arrivato un po' dopo quanto stabilito. Mi conduce su per le scale dell'entrata, mi mostra la stanza per una persona e il bagno.
La stanza è veramente piccola: forse meno di 6 metri quadri accolgono un letto, un guardaroba e un mobiletto a scaffali. Al fondo, una porta-finestra dà sulla strada.
Alcuni dettagli rendono la stanza più accogliente: su alcuni scaffali si trovano alcune fotografie, un certo numero di libri di qualsiasi tipo (dalle raccolte di fumetti uscite tempo fa in edicola a saggistica passando per i tomi dei grandi pescatori americani tipo W. Smith), alcune videocassette. Niente TV, ma c'è quella in salotto. C'è uno specchio, una sedia, l'attaccapanni a muro per giacche e cappotti. Le uniche cose che ho trovato mancare sono un orologio/sveglia, una lampada (c'è solo la luce dal soffitto, il cui interruttore è nondimento accessibile stando a letto) e un cestino dei rifiuti. Ci sono le lenzuola (felpate, più coperta e un piumone pesantissimo dall'interno sintetico un po' rumoroso), il copricuscino (tutto pulito), mi sono forniti dei morbidi asciugamani e tre chiavi.
Due chiavi aprono il cancelletto e la porta di casa (ma la signora si dimentica di dirmi una particolarità del suo funzionamento e rischierà di essere svegliata la notte perché non riuscivo ad entrare...). La chiave della stanza è nella toppa, volendo la si può prendere ma «comunque io non entro nella tua stanza». La terza è per un lucchetto.
La particolarità di Ferrara è che il centro dentro le mura (anzi, la mura, o “Monte Agnone”) si gira molto meglio in bicicletta che in auto - o a piedi. E vengo dotato di una bicicletta da città monorapporto (stile “graziella”) un po' rumorosa e dotata di fanale con dinamo, più catena e lucchetto di cui sopra: in un attimo, la città è a mia disposizione. L'uso della bicicletta è gratuito o, per i più maliziosi, già compreso nel prezzo.
Il prezzo? il foglio appeso in stanza recita 35 euro a notte, ma mi viene detto che sarà 30 (forse questione di stagione? non ho indagato oltre).
Poi la signora torna in cucina: deve fare la sfoglia per cappelletti e cappellacci.
Il bagno, nonostante io credo venga usato anche da loro, è privo di qualsiasi asciugamano; c'è posto per mettere il proprio. Il bagno è molto più grande della mia stanza, dotato di doccia (niente vasca), luminoso e tenuto impeccabilmente.
Il piano terra, aperto agli ospiti, mette loro a disposizione un televisore e probabilmente, se lo si chiede, anche un PC con stampante e collegamento ad Internet.
Il primo mattino mi sono svegliato dopo la signora, che mi aveva detto sarebbe andata a lavorare presto - rispetto ai miei canoni! - mi ha preparato a richiesta del tè (porzione per tre! con abbondante limone come pare essere costume del luogo), misteriosamente rimasto caldo. A disposizione in un cesto, fette biscottate in una confezione chiusa e una quantità smodata di vaschette monoporzione di burro, marmellate e soprattutto miele, che però dovevano essere lì da un po' troppo tempo, visto che molte avevano avuto il tempo di perdere miele rendendo la cosa un po' appiccicosa. Sotto una campana di plastica, una torta fatta in casa, un pezzo di pampepato e uno di panettone, un po' seccato ma perfetto da inzuppare.
E i miei ospiti? Nonostante io sia normalmente abbastanza chiuso, al mio rientro alla seconda ed ultima sera sono riusciti a convincermi a fare un po' di chiacchiere, così che ho conosciuto anche il “papà ospite” e Spina, una gatta pezzata bianca e nera che probabilmente si prostituisce alle coccole di chiunque. Essi si sono rivelati espansivi e molto ben disposti a parlare.
In tale occasione, il papà mi ha proibito di andare in stazione a piedi il mattino dopo (era domenica): sono stato accompagnato alle 8 di mattina con un mitico furgone Volkswagen multi-colorato con davanti il logo “VECIO” anagrammato da quello originale “IVECO”. Sono soddisfazioni.














