Firenze quest'oggi è a casa mia.
martedì 20 aprile 2010
sabato 2 gennaio 2010
Nuovo anno
E anche considerare nuove prospettive.
Un dottorando dallo Sri Lanka che mi dice che il 25 dicembre non è particolarmente speciale per lui, che senso ha festeggiare essendo soli? Ma passerà “due o tre ore” a parlare a sua moglie, ancora a Ceylon.
O una che torna dai suoi parenti a Taipei perché qui è periodo di vacanza, passerà l'istante festivo in aereo e se la Nippon Airlines ha calcolato bene la rotta risparmieranno lo Champagne saltando da un fuso orario all'altro, dalle 23:30 direttamente alle 0:30, e a mezz'ora dall'evento chi se lo ricorda più?
E comunque il capodanno cinese cade da qualche parte tra gennaio e febbraio, e infine neanche va matta per i cibi tipici dell'occasione.
Io con amici italiani, capitato nell'unico posto che siamo (= sono) riusciti a trovare disponibile il giorno prima, un ristorante il cui nome «Italiasia» promette eclettismo; posto sinceramente mesto, al 15º piano dello stesso Holiday Inn che mi ospitò per la prima volta a Chicago quando ancora non speravo che l'avrei mai rivista.
In un edificio di pianta quadrata di 50 metri di lato, l'albergo occupa dal 15º al 23º piano; un'agora che si estende per almeno 30 metri e 7 piani fa dimenticare di essere a 40 metri dal livello della strada superiore (in quella zone Chicago è un po' strana e ha strade che si sviluppano sopra altre strade). La vista sarebbe piuttosto bella, ma non ci sono finestre visibili dal ristorante. E così, seduti alle 21 circa, mezz'ora per ordinare, guadagnamo l'antipasto circa quaranta minuti dopo, l'insalata dopo altrettanti e per le 23:40 ci viene servito il piatto principale; così si brinda tutti con acqua (e per una volta non mi sento reietto) in un attimo di pausa quando qualcun altro grida un conto alla rovescia. Estremamente anticlimatico, ma non me ne calse mai né poco né punto, e intimo, perché gli altri avventori sembravano quasi spaventati all'idea di far rumore.
E, altre prospettive, dialogo surreale di un trio alticcio che ci si avvicina a fine cena chiedendoci se possiamo fare loro una foto; con la nostra macchina fotografica; e per noi stessi, visto che a loro non interessa veramente averne una copia. Interrogato, il più sobrio del trio ci dice che viene dall'Ohio e che è la terza volta che lo fa... immaginiamo intenda il terzo capodanno in un giorno, e l'aspetto esausto anche se festoso avalla quell'interpretazione e cancella nel contempo da noi ogni possibile traccia di invidia.
Nuovo anno: sento la mia voce imitare quella dei miei amici in auguri a cui il mio cervello si rifiuta di attribuire alcun significato; perché sì, sarei contento se fossero felici, ma così oggi come ieri e due mesi fa. Ma se manifestazione mi è richiesta, adempio, se è necessario sorseggiare vino per celebrare, inghiottisco, se c'è da pronunciare augurii, eseguo.
Quindi: buona camicia a tutti.
lunedì 20 luglio 2009
Aaargh!
È solo vita, è solo amore?
È solitario questo cuore.
Per fortuna questo mondo
sembrerà solo un secondo.
Quattro versi composti già in rima dal mio inconscio nel sonno. Dopo di che mi sono svegliato al suono di poche incerte note di un flauto da battaglia come quelli che usavamo alle medie e ho iniziato a pensare con meraviglia a questi versi, decidendo di farne qualcosa; magari scriverli su un diario. Come spesso accade i suoni che vengono da poco fuori casa sembrano quasi venire da dentro, quindi mi sono alzato, ancora rimuginando quei versi, e sono uscito dalla stanza del letto per verificare che così fosse. Inaspettatamente ho sentito il rumore dello scorrer d'acqua dal lavandino della cucina; devo essermi dimenticato lì una bottiglia di birra: ho preso da mia madre l'abitudine di lasciar pulire sotto un filo d'acqua corrente le bottiglie e poi farle asciugare, prima di destinarle al riciclo. Facendo più attenzione, però, un altro suono vi si mescolava da presso il frigorifero, un agghiacciante rantolo post-umano di sofferenza e morte incombente.
Mi sono svegliato di nuovo, questa volta a questo suono di disperazione, ricordando i versi ed esitando pure un poco ad uscire dalla camera. Poi ho deciso di farne qualcosa, magari scriverli sul blog. Se tu, avido lettore, li stai assaporando, allora sei allo stesso livello di sogno nel quale sono io ora.
La stranezza di quei versi è che non solo me li ricordo, ma hanno anche metrica coerente e un significato accettabile; capita di sognare una barzelletta così irresistibile che quando essa svanisce con il sonno ci si rammarica di non poterla condividere, ma le rare volte in cui invece rimane nella memoria essa rifulge della sua deludente inconcludenza. La forma non è la migliore e la prima rima è agghiacciante quasi quanto il rantolo del sogno. Dibattito aperto sul «per fortuna», mentre è quasi certo che il «secondo» è misura di tempo («minuto secondo»).
Ciò che la critica riconosce unanimemente è che mi sono svegliato anzitempo e quel rantolo non mi avrebbe fatto riaddormentare.
venerdì 3 luglio 2009
Siamo quello che ci danno a bere
La marca “Tropicana”, che in Italia è nota prevalentemente per una vecchia canzone, è invece una delle più vendute negli Stati Uniti e probabilmente oltre (è ora posseduta da PepsiCo Incorporated). Durante una pausa caffè nel mezzo di una conferenza, ho carpito una boccetta (da 10 once liquide) di succo di quello che in Italia sarebbe pompelmo rosa, in U.S. è chiamato pompelmo rosso — la verità è più o meno a metà, mentre la realtà si attesta decisamente sul carminio. Al centro dell'etichetta campeggia un “100% succo”.
Ah, finalmente qualcosa di sano. C'è anche il marchio «Scelte furbe rese semplici». Questo mi avrebbe dovuto mettere in allerta. O forse anche il fatto che assieme a “100% succo” c'era una scritta “100% vitamina C” che, al di là dell'improbabilità della cosa, avrebbe portato per lo meno ad un “200% di prodotto”. E subito sotto, in uno stile di carattere che suggerisce di essere ignorato, “Miscela aromatizzata di succhi da concentrato con altri aromi naturali ed ingredienti”. Così mi decido a leggere gli ingredienti, che per bontà loro hanno scritto — cosa che per esempio nella confezione da mezzo gallone di presunto succo di frutta omettono di fare. La verità più credibile che mi vendono finisce per essere: acqua filtrata, concentrato di succo di uva bianca, concentrato di succo di pompelmo rosa (che per lo meno è riuscito a salire sul podio), concentrato di succo di mela, pectina, acido ascorbico (suppongo al 100% di se stesso), carminio (il colorante), acido citrico (uhm... concentrato di succo di limone?) e aroma naturale. Tutto chiaro, tranne il “100% succo”.
Altro utilissimo ricordo raccolto più o meno nella stessa occasione è stata una bottiglietta d'acqua di marca «Ice Mountain». Tra l'altro, qui alla gente non piace essere raggirata e i produttori lo sanno che non siamo stupidi e vogliamo essere informati, così alcune acque in bottiglia sono etichettate con i «Nutritional Facts», le tabelle di quando nutriente c'è per tipo. Quindi, calorie: 0; calorie da grassi: 0; totale dei grassi: 0 g (percentuale del fabbisogno giornaliero: 0%), grassi saturi: 0 g, e via così, passando attraverso colesterolo, sodio (almeno qui campeggia una qualche cifra significativa), proteine, zuccheri, vitamine, calcio, ferro. Credevo fosse inutile, alla luce dell'esperienza del “100% succo” mi ricredo.
Be', niente di male. Sull'etichetta campeggia anche un evidente riquadro dal rosso titolo «Salta gli zuccheri» in cui si legge letteralmente: «una tipica bevanda zuccherata da 12 once contiene l'equivalente di 10 cucchiaini di zucchero. L'acqua non ha zucchero. Sostituire una bevanda zuccherata al giorno con acqua può risparmiare alla tua dieta 3.650 cucchiaini di zucchero all'anno. Sii sano.».
Grazie, «Ice Mountain». Prodotta da Ice Mountain Spring Water Company. Divisione di Nestlé Waters North America. Per inciso, detta Nestlé ha titolo della metà della compagnia Beverage Partners Worldwide, in società con l'altra dolce metà, la sconosciuta The Coca Cola Company. Insieme commercializzano principalmente i prodotti col marchio Nestea e Beltè. Anche senza zucchero.
mercoledì 6 maggio 2009
Denver, CO
Quando la si scorge da un'aereo, viene in mente la “realtà virtuale” degli ambiziosi simulatori di volo degli anni `90: un piano sterminato di superfici e colori ripetuti all'infinito, qualche solido che lo staglia candido e un orizzonte seghettato di montagne. Lascia quasi sorpresi non vedere i quadrettoni pezzare il terreno più prossimo.
Passeggiata per un paio d'ore, la città non può mostrare tanto di sé. Se si fa caso alle capitali degli Stati Uniti, probabilmente si rimane sorpresi: le città che conosciamo di più grazie ai film sono le più popolose, ma il più delle volte non assurgono al luogo di capitale: Chicago non è capitale dell'Illinois, Portland non è capitale né del Maine né dell'Oregon, pur essendo «Portland» il nome delle due città più grandi dei detti Stati, New York City non è capitale dello Stato di New York e Kansas City non è né in Kansas, né in Arkansas. Il Colorado è più onesto, e Denver ne è la capitale — e la città più popolosa. Prevedibilmente, quindi, abbastanza in centro vi si trova una collinetta con in cima un edificio (neo)classico che riporta alla mente l'integerrimità dei Romani e l'inviolabilità della legge.
Sulle scalinate, un gruppo di manifestanti che reclamano libertà e che forse danno per scontata quella che già hanno che permetterà loro di dormire nel loro letto anche quella notte e le successive. Colonne, cupola, grattacieli... noia? Eppure i grattacieli hanno ognuno il loro stile (come a Chicago, ma ce ne sono molti meno) e dalle parti della zona musei l'architettura si fa veramente ardita.
Purtroppo la mendace macchina fotografica, che a casa mi aveva sperguirato di essere carica come una molla, si rivela carica di livore e falsità e inizia subito a frignare di volersi spegnere. Addio quindi alla foto del mandriano che tenta di domare, montandolo, uno stallone, statua che soffre e si ribella all'immobilità, opposta in un giardino a quella di un nativo.
E, per la cronaca, la United Airlines è riuscita a perdermi una valigia dopo che io stesso l'avevo portata sull'aereo. Professionismo e dedizione.
Voglio segnalare un artista di strada il cui contributo si trova nei pressi del museo: purtroppo ho un po' sbagliato la foto e non si nota che la glassa del muffin è completamente intonata all'oggetto infisso in esso. Capolavoro.
mercoledì 29 aprile 2009
Mozzarelline fritte
Il segreto di una buona frittura, di quelle che non ti accompagnano per tutta la notte, non è nell'olio, quello di semi di boh, né nel non farlo scaldare troppo (certo, però, che avrebbe aiutato a... ehm, “dorarle” di meno — o a dorarle di più e annerirle di meno). Non è neppure nella panatura: il pane «francese» comprato probabilmente un mese fa (quando ancora «bastone» era solo una metafora) va bene. E non è neppure nel pizzico di sale da aggiungere all'uovo - se no sarei tagliato fuori dal gioco.
Il segreto di una buona frittura è di avere chiuso la porta della camera da letto.
domenica 5 aprile 2009
martedì 3 marzo 2009
Mystery tales
Era circa un anno fa quando comprai un'automobile tutta mia. Prima, ne avevo una in affitto.
Quest'ultima aveva rivelato ben presto un problema, facendo un rumore come di plastica su asfalto quando si muoveva. Ed invero dal fondo uno dei fermi di una copertura di plastica aveva ceduto e il pezzo di plastica era fissato da un lato e libero di battere a terra dall'altro.
Ad un certo punto ho scoperto che andando in retromarcia riuscivo a piegarlo contro natura e quindi con somma gioia speravo di riuscire prima o poi a farlo staccare.
Infatti ad un certo punto ho realizzato che il rumore era cessato. Volendo celebrare questo trionfo con un'ispezione, notai con sommo orrore che invece qualcuno lo aveva fissato con un fermo di plastica.
L'autore del fatto mi rimane tutt'ora sconosciuto.
Mesi fa comprai delle nocciole. Non erano malaccio, ma ad un certo punto mangiandone una ho sentito i sintomi di una reazione allegrica. Ma io non mi faccio suggestionare facilmente; tali nocciole sono rimaste lì per un altro paio di mesi, sempre platealmente in un sacchettino aperto sul lavandino. Un secondo tentativo ha dato simile reazione. Cosa avranno pensato quelle nocciole, abbandonate ed obliate e neglette? Chi sa cosa passa nella testa rotonda di una nocciola?
Un paio di settimane fa, mi infilo sotto le coperte e sento un rumore come di biglie che cadono. Riaccendo la luce per vedere un paio di nocciole a terra e, scuotendo le lenzuola, altre tre caderne. Cerco di ricordare perché mi fossi messo a posare nocciole sul letto, ma lo sconfortante responso è che proprio non ricordo di averlo fatto. Va be', tornano assieme alle altre tre o quattro nel loro sacchetto da cui tanto hanno tentato di fuggire.
Qualche giorno fa decido di liberarmene: qualunque cosa abbiano, mi indispone il fisico, quindi vale cestinarle. E con somma sorpresa trovo che ne è rimasta solo più una. «È strano», direbbe la mia amica Jessica (ma la sentirebbe solo uno dei centosettanta nipoti che si ritrova). Insospettito, dispongo del sacchetto, che a questo punto è piuttosto superfluo, e appoggio la nocciola nello stesso punto dove giaceva il sacchetto.
Ieri mattina non c'era nessuna nocciola. Né orme sulla moquette (sì, ho controllato).
Non fosse che questa storia mi rievoca Chip 'n Dale, ne sarei un po' turbato. Dopo tutto, l'ipotesi più rassicurante è che mi sono dimenticato completamente di aver messo nocciole sul letto, averle poi fatte sparire e infine aver preso anche l'ultima. Quindi, neurodegenerazione, sonnambulismo, candid camera?
Oggi ho comprato e messo al posto delle nocciole una zucca...




